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Le vicende dell'Acquedotto Pugliese
Le vicende dell'Acquedotto Pugliese
LE VICENDE DELL'ACQUEDOTTO PUGLIESE : CENTO ANNI AL SERVIZIO DELLA COLLETTIVITA’

La Puglia per la sua speciale struttura geologica e geografica è stata sempre povera di acqua; le stesse precipitazioni atmosferiche si sono rivelate inferiori alla media del resto della penisola; le falde freatiche o scorrono ad una profondità irraggiungibile o mancano addirittura. Questa deficienza di acqua era nota sin dai tempi antichi come dimostrato da Orazio che chiamò la Puglia «sitibonda».
     Fu nel 1847 che il governo borbonico preoccupato di tali condizioni pietose, nominò una commissione che avviasse studi per trovare una soluzione per fornire acqua alla Puglia. Fu chiamato da Parigi lo scienziato Bocquerol ma le difficoltà tecniche e le ingenti spese che l'opera presentata richiedeva, sconsigliarono i lavori. Quando il Mezzogiorno fu annesso al Regno d'Italia, uno dei principali problemi che si presentò al consiglio provinciale di Terra di Bari fu quello di «provvedere d'acqua» l’intero territorio provinciale; infatti il 6 ottobre 1861 il consigliere Ferri evidenziò l'utilità di arricchire «di acque potabili e fluenti» la regione proponendo di incanalare le acque dell'Ofanto.
     Da quel giorno tante proposte contribuirono ad illustrare il metodo migliore per fornire acqua alla Puglia. Nel 1863 l'arch. Lerario presentò un progetto per l'apertura di un pozzo con una trivella di sua invenzione; nel 1865 l'ing. Reigler redasse un progetto con il quale intendeva costruire un canale che raccogliesse un gran volume di acque dal Bradano e suoi confluenti; nel 1869 gli ingg. Cirillo e Castelli presentarono un progetto che permetteva di portare acqua potabile e irrigatoria a tutti i paesi della provincia senza alcun onere al bilancio chiedendo però una privativa per novanta anni.
     Nel contempo l'ing. Camillo Rosalba pubblicava lo studio di un canale di irrigazione nel Tavoliere e nella Terra di Bari facendo derivare le acque dal Sele e convogliandole in un gigantesco canale con quelle dell'Ofanto, del Carapelle, del Cervaro e del Celone. Continuò quindi l'alternarsi di studi preliminari la maggior parte dei quali faceva riferimento alle sorgenti del Vulture e del Sele. Ma era evidente la necessità di un acquedotto in grado di superare le pendenze idrografiche del percorso compreso tra l’Appennino campano e le Murge baresi, pur di assicurare acqua anche ai comuni più alti.
     Col passare degli anni il problema acquedotto fu sempre più incalzato a causa delle frequenti siccità seguite da evidenti tumulti popolari. Venne riconsiderato il progetto dell'ing. Rosalba ovvero di far derivare le acque da Capo Sele, in provincia di Avellino, a 475 metri sul livello del mare: tanti comuni del Barese risposero positivamente a tale progetto che in Parlamento fu sollecitato dagli interventi dell'onorevole Matteo Renato Imbriani fino a quando il Ministero dei Lavori Pubblici assicurò la propria disponibilità e quello delle Finanze giustificò i costi economici.  L'onorevole Pavoncelli ebbe l’icarico di conoscere meglio le idee del Ministero e lo stesso presentò il progetto il 14 aprile 1898 dando carattere di urgenza alla proposta.
     Nel 1901 furono determinati i concetti generali esposti precedentemente e nel 1904 l'opera fu aggiudicata alla ditta Ercole Antico. Pur di accelerare i lavori si accordavano alla stessa ditta nel 1911 maggiori benefici. Lo sgorgare delle acque dai fontanili della Puglia fu prevista per il mese di dicembre 1914, anno evidenziato sulle fontane in ghisa impiantate, anche se il ritardo di pochi mesi fece spostare la fatidica data del primo sgorgare delle acque ai primi mesi del 1915 con una solenne cermionia che si tenne in piazza Umberto a Bari.
     Alla luce di una vicenda così travolgente e appassionata, la Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia intende offrire uno spaccato inedito di storia pugliese con documentazioni e foto d’epoca che hanno descritto passo passo la vicenda della costruzione della grande opera, con la digitalizzazione delle stesse fonti e con la pubblicazione di un report che deve essere un supporto per nuovi approfondimenti  che mirino a tutelare un mon umento considerato ‘il più grande acquedotto del mondo’.

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